mercoledì 1 aprile 2009

L’anagrafe cancella i nati il primo aprile


I Comuni italiani avrebbero cancellato tutte le nascite del primo aprile. La notizia ha del clamoroso e ancora non è stata smentita da nessuno. Vorrebbe dire che è mezza vera. Per l'altra mezza c'è da attendere. Per la verità se ne parlava da tempo, ma mai nessuno aveva avuto il coraggio di andare a fondo. Oggi, primo aprile 2009, in un momento di confusione generale, dalle strette maglie della ferrea burocrazia italiana è uscita una mezza conferma. Per l'altra mezza c'è da aspettare. I nuovi nati il primo aprile sarebbero stati tutti cancellati dai registri delle anagrafi comunali e spostati d'ufficio in giorni successivi.

Una ragione, a ben pensarci, ci sarebbe. I responsabili dei reparti maternità degli ospedali e gli impiegati degli uffici anagrafe si sono stancati di essere presi in giro nel giorno del Pesce d’Aprile. Molti genitori raggianti ed ubriachi dalla gioia si presentano agli uffici: “Sa, oggi è nato mio figlio ma potrebbe anche non essere nato. Secondo lei è vero o non è vero? È un pesce d’aprile o è la verità. Se mi crede scriva, se non mi crede scriva lo stesso perché potrebbe essere vera anzi lo è”.
Ma anche tanti papà, dopo snervanti attese davanti ai portoni delle sale parto, si sono rotti le scatole. I responsabili delle comunicazioni dei reparti di maternità, in rappresentanza di ostetriche e ginecologi, avvicinano i nervosi neo babbi (ma proprio babbi!) e cominciano a fare commenti del genere: “Secondo lei, considerato il giorno, il figlio che aspettava in questo periodo è nato o non è nato? E dando per buona la nascita: è maschio o femmina?”. Gli stessi nati il primo aprile non ci credono ancora: "Ci sono o non ci sono? Sono carne o sono pesce? Sono pelle o sono ossa”. Per evitare ulteriori rotture, si sarebbe proceduto alla rimozione d’ufficio dei nati il primo aprile e a spostarli in un altro giorno all'insaputa degli interessati che oggi festeggiano il loro presunto compleanno.

Su quella che sembra la notizia del giorno, vi terremo aggiornati. Stiamo cercando di incrociare le fonti e di approfondire le informazioni in nostro possesso. Non vorremmo fosse l’ennesima burla nel giorno del pesce d’aprile!

iliubo (© materiale originale, se adoperato al di fuori da questo blog riportare la dicitura: "autore iliubo - tratto da: www.iliubo.blogspot.com”)
iliubo

(© materiale originale, se adoperato al di fuori da questo blog riportare la dicitura: "autore iliubo - tratto da: www.iliubo.blogspot.com”)

venerdì 27 marzo 2009

"Ti tocca anche se ti tocchi": ridere per vivere

Traboccante e sano humour nel libro "Ti tocca anche se ti tocchi" di Raimondo Moncada. Esilarante opera, tutta da leggere e da gustare, per assaporare con pienezza le infinite opportunità dell'esistenza. Da morire dal ridere!

In libreria, nei negozi di libri on-line e su www.csaeditrice.it

sabato 21 marzo 2009

In bocca al lupo e in culo alla balena!


- In bocca al lupo!
- Crepi il lupo!
Ma quanti lupi ci vogliono per avere fortuna in un'unica soluzione e per tutta la vita? E che bocca devono avere i lupi che devono crepare per diventare portatori sani di fortuna? E perché poi devono crepare solo i lupi? Alle balene, ad esempio, chiediamo solo di finirci dietro per portarci fortuna! Soprattutto gli attori, prima di andare in scena, usano augurarsi: - In culo alla balena!
- Speriamo che non cachi!

Mentre al lupo auguriamo di crepare, alla balena chiediamo a mo’ di supplica solo di non digerire per non crepare noi dalla puzza proprio quando ci siamo dentro!
Altri ancora, per portarsi fortuna, si riempiono addirittura di frasi odoranti come:
- Merda! Merda! Merda!
E quando poi si ha fortuna si esclama:
- Che culo!
Stranezze della lingua italiana!
Per augurarsi il bene e la fortuna eterna, bisogna essere divorati da un lupo che poi sarà ucciso, intrufolarsi poi nell’intestino di un cetaceo (magari con una maschera antigas) e farsi dei bagni di rifiuti organici con cacca profumata in abbondanza.
Altre esilaranti stranezze della lingua italiana e altre assurde curiosità del cervello europeo le possiamo trovare nei libri umoristici dello scrittore Raimondo Moncada: "Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca)", "Il Putthanone di Akràgas" e “Ti tocca anche se ti tocchi. Libri che abbiamo letto e che consigliamo a tutti i nostri affezionati lettori.

Iliubo

(© materiale originale, se adoperato al di fuori da questo blog riportare la dicitura: "autore iliubo - tratto da:http://www.iliubo.blogspot.com”)




venerdì 13 marzo 2009

La morte come non l'avete mai vista!


Ridere da morire! È uscita la nuova opera umoristica del nostro apprezzato amico Raimondo Moncada, 42 anni, giornalista e autore di Agrigento. Si intitola “Ti tocca anche se ti tocchi” ed è edito dalla Csa Editrice, una coraggiosa casa editrice di Crotone. Il libro è nelle principali librerie. Ma si può anche ordinare facilmente dal sito internet della casa editrice http://www.csaeditrice.it/ (clicca quì per il modulo dordine) e nelle migliori librerie virtuali su internet come Ibs (http://www.ibs.it/).
Il libro di Raimondo Moncada affronta il tema della dipartita con leggerezza, humour e momenti di amara ironia. Si sorride per invitare a vivere la vita fino in fondo, approfittando con pienezza del tempo che ci è concesso perché poi non ci sarà più il tempo di divertirsi.
La Csa Editrice nel presentare “Ti tocca anche se ti tocca” dice: “Esilarante satira su uno degli eventi che coinvolge indistintamente ogni essere umano. La morte è 'raccontata' con la leggiadria di uno spirito allegro e con 'colori' che sprazzi di genialità donano ad un argomento così funesto. E con un filo di sottile sarcasmo, anzi, con una grossa corda di sarcasmo, l'autore dà spunti di riflessione su quale può essere il fatidico 'senso della vita' realizzando uno dei libri più comici tra quelli pubblicati negli ultimi anni. Un libro assolutamente da leggere per rallegrarti la vita”.
Il libro di Raimondo Moncada può essere letto come un viaggio o un saggio umoristico su un aspetto centrale dell’esistenza umana che in occidente si cerca di rimuovere ad ogni costo, a differenza di altri paesi dove addirittura ci si organizza per festeggiare l’evento come se si fosse al Carnevale di Rio (magari con un pizzico di invidia nei confronti di chi, si crede, andrà in un mondo migliore!).
In “Ti tocca anche se ti tocchi” si parla di bizzarre credenze e di tanti luoghi comuni. Si esalta il genio italiano nella creatività del design e del marketing funebre. Si propongono idee innovative per risolvere il problema della carenza di spazi cimiteriali con “tombe a grattacielo”. Si passano in rassegna le gaffe più clamorose che spesso si commettono durante gli austeri riti funebri e si dispensano utili consigli per evitare imperdonabili brutte figure. Si illustrano i meccanismi del business del “carissimo estinto” (Bologna è diventata punto di riferimento dell’industria del lutto con Tanexpo, l’esposizione internazionale degli articoli funerari e cimiteriali. Lo slogan dell’ultima edizione è stato: “Tanexpo 2008 a Bologna dove inizia il futuro!”). Si parla di un mestiere, quello del becchino, a prova di crisi. È una delle poche professioni che dà certezze per il presente e per il futuro alle famiglie delle migliaia e migliaia di addetti. L’attività, infatti, non crea né precari né disoccupati. E nel libro, poi, per chi si affaccia per la prima volta nella professione, ci sono anche utili suggerimenti per aumentare produttività e giro di affari.
Il libro trae origine dall’esperienza personale dell’autore e dalla esigenza di esorcizzare e sdrammatizzare in qualche modo l'evento più doloroso della nostra esistenza di cui si prova l’inumana portata solo quando “ci tocca” da vicino. E quando ti tocca, tutto vuoi fare tranne che scherzarci sopra. Ma ritrovare al più presto il sorriso è ritornare a vivere.

Tra le opere dell’autore si ricordano le opere teatrali, sempre di genere satirico, “Odissea” (anno 2003) e “Il peccato di Eva” (2004).


Link utili



Modulo d'ordine on-line (arriva a domicilio entro 3 giorni e col 10 per cento di sconto)

sabato 28 febbraio 2009

Acqua, la terza via: né pubblico né privato


Quando ero piccolo l’acqua era pubblica. E a casa del pubblico l’acqua arrivava con turni africani. Il pubblico si ribellava, andava a protestare in municipio, prendeva a male parole il sindaco e l’assessore all’acqua di turno. Proteste inutili. L’acqua continuava a essere una goccia nel deserto. A casa mia, in un quartiere popolare e periferico di una popolare e periferica provincia siciliana, l’acqua era un miraggio per settimane. I turni si dilatavano fino a un mese. Un mese senz’acqua! Roba da terzo mondo. Ma l’acqua era pubblica e distribuita con un servizio pubblico che gli stessi rappresentanti del pubblico gestivano.
La mia famiglia è sempre stata numerosa: due genitori e cinque figli. Sette persone che si dovevano lavare. Sette persone che avevano l’esigenza di avere la casa e la biancheria pulita in una città civile dotata di servizio pubblico di distribuzione idrica. C’erano i piatti da lavare, c’era il pavimento da pulire. A scuola ci dovevamo andare non dico profumati ma almeno sporchi e puzzolenti no! Non era così. E a scuola non passavamo inosservati.
La gente protestava. La mia famiglia protestava. E l’acqua ci arrivava dopo una, due, tre, quattro settimane. Sembrava che ce lo facessero apposta, che si divertissero. Ma non era così. C’era sempre un problema nuovo da risolvere, un nuovo guasto da riparare, una condotta rotta da rifare, un’interconnessione da realizzare, una nuova fonte da raggiungere, un nuovo serbatoio da costruire. Pensavano a noi! Pensavano alle famiglie che erano senza acqua! Pensavano ai bambini come me che per lavarsi integralmente il corpo dovevano aspettare che si svuotasse la vasca da bagno riempita di acqua proveniente dalla lavatrice. La vasca da bagno veniva utilizzata come sciacquone. L’acqua sporca della lavatrice veniva riciclata versandola nel water dopo i non trattenibili bisogni fisiologici. Era un geniale stratagemma per ottimizzare l’acqua pubblica che ci servivano, anche l’acqua pubblica che talune volte ci portavano con le autobotti.
Le cose sono cambiate quando mio padre ha deciso di investire propri denari nel servizio idrico pubblico. Non ero più tanto piccolo. Ero già cresciuto. In questo lasso di tempo mio padre aveva risparmiato i soldi che gli sono serviti per acquistare una serbatoio più capiente da sistemare sopra il tetto della nostra casa popolare e per comprare una cisterna da diecimila litri da collocare sottoterra con tanto di potente autoclave da fare arrivare l’acqua in cielo dai miei cari parenti defunti. Da quel momento in poi, ho cominciato a farmi il bagno liberamente, secondo i miei capricci. Mi sentivo un libero cittadino con indescrivibili sensazioni di freschezza.
È trascorso ancora del tempo da allora. Oggi mi dicono che il servizio pubblico di un bene pubblico primario è stato privatizzato. Ma come: l’acqua non è più nostra? L’acqua non è più pubblica? Proprio così, mi riferiscono. La gestione dell’acqua è stata affidata per legge a un’impresa privata. Ma come? Un bene pubblico primario consegnato a un privato? Non è possibile! E quanto ci deve guadagnare il privato sulla nostra sete? Quanto ci deve venire a costare? Quanto ci devono far pagare in più l’acqua che ormai utilizziamo solo per lavare cessi e pavimenti perché per bere l’acqua la compriamo imbottigliata e con l’etichetta? E la cisterna da diecimila litri di mio padre che fine farà? Faranno pagare pure quella? Ci saranno almeno dei benefici? Il privato ci fornirà acqua in scatola, minerale etichettata, a pacchetti usa e getta, in lattina come le bevande? E le cannucce, ci fornirà pure le cannucce?
Si protesta. Si continua sempre a protestare: per l’acqua che c’è, per l’acqua che manca, per l’acqua che costa.
L’acqua non deve essere né pubblica né privata. L’acqua deve essere di tutti e per tutti.

Iliubo

(© materiale originale, se adoperato al di fuori da questo blog riportare la dicitura: "autore iliubo - tratto da: www.iliubo.blogspot.com”)

domenica 8 febbraio 2009

Ma chi muore non va in una vita migliore?


È peccato morire. Ma c’è chi muore. I morti sono tanti. Più sono i morti che i vivi. C’è chi muore dalla fame, c’è chi muore dalla sete, c’è chi muore sotto le bombe, c’è chi muore dal ridere, c’è chi muore sopra una prostituta, c’è chi morirebbe nelle camere a gas. Il condizionale è d’obbligo perché ancora c’è chi, anche tra accademici, intellettuali, filosofi, professori, politici e personalità religiose, nega l’esistenza delle macchine di sterminio dell’umanità chiedendo le prove. I lager di Auschwitz Birkenau, Dachau, Treblinka, Mauthausen, per i negazionisti, erano gioiosi villaggi turistici per ebrei, zingari e oppositori di regime.
Si muore. Ma chi ha il diritto di decidere sulla vita e sulla morte? Chi ha il diritto di dire: tu puoi morire e tu no? Chi ha il diritto di decidere se sia giusto che un popolo muoia sotto le bombe o nei villaggi turistici? Chi ha il diritto di decidere che si può salvare una vita già nel baratro della morte? Chi ha il diritto di decidere se un corpo morto abbia ancora in sé il soffio vitale? Chi ha il diritto di entrare nei sentimenti di un genitore e sostenere che non ha un cuore perché sta uccidendo una figlia che secondo lui è morta già 15 anni fa?
C’è il diritto sacrosanto di parlare, straparlare, straripare, chiacchierare, pettegolare, cicalecciare, pontificare, ragionare, discutere, dibattere, approfondire, scandagliare con un esercito di telecamere nell’intimo di una famiglia distrutta da un dolore la cui ferocia si prova solo quando se ne è colpiti direttamente.
C’è il diritto al silenzio, al rispetto, alla comprensione, a farsi i fatti suoi (qualcuno direbbe “cazzi suoi” ma noi non arriviamo a scrivere simili volgarità).
C’è chi si chiede : ma quando si lascia l’esistenza terrena non si va in una vita migliore? Si dovrebbe essere contenti e invece si fa un gran casino. Forse perché non si è tanto convinti dell’ultraterreno? O forse perché di aldilà hanno originariamente parlato, già all’età della pietra, i becchini per crearsi un eterno mestiere?
Anche quando si è deceduti si deve salvare la vita ovunque essa si annidi, perché la morte può essere solo apparente. Una volta si era sicuri di morire. Ma con le attrezzature moderne di oggi non si muore più. C’è sempre un segnale acceso di speranza nelle macchine umane. Con una buona attrezzatura scientifica puoi campare in eterno, superando in vita anche chi affettuosamente ti assiste. Gli assistenti muoiono perché è naturale, mentre chi è collegato alle macchine resta in vita.
La tanto bistrattata tecnologia fa miracoli. Ma se la macchina riesce a mantenere l’uomo in vita, anche se al minimo delle potenzialità vitali, perché staccare la spina? E se la scienza e la medicina facessero un ulteriore passo in avanti nella guarigione di malattie ritenute letali?
Interrogativi terribili che hanno come un “effetto lavatrice” sulle coscienze di ognuno di noi, come nel caso clamoroso di Eluana Englaro che ha spaccato in due in Italia l’opinione pubblica. È un caso che ha formato schiere di moralisti e immoralisti, sicuristi e incertisti, puristi e crudisti, baristi e catechisti, gente sensibile come la vita e insensibile come la morte. Schiere di uomini e donne sul piede di guerra pronti a difendere a costo della vita i propri punti di vista, il proprio credo, le proprie ideologie, la propria morale.
“Mors tua vita mea” gridavano gli antichi saggi latini.
Questi ed altri grandi interrogativi, sulla vita e sulla morte, sulla gita e sulla sorte, sui tacchini e sui becchini, sugli equini e sui cretini, sono affrontati in modo arguto e sferzante dallo scrittore agrigentino Raimondo Moncada nel suo ultimo libro dal titolo “Ti tocca anche se ti tocca”, ormai di prossima uscita e che di sicuro dividerà l’opinione pubblica nazionale e internazionale tra colpevolisti e innocentisti, tra cestinisti e celibristi, tra punitivisti e premiatisti, tra gengivisti e dentisti.

iliubo

(© materiale originale, se adoperato al di fuori da questo blog riportare la dicitura: "autore iliubo - tratto da: www.iliubo.blogspot.com”)
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